sabato 19 dicembre 2015

IL TENENTE TODESCHINI BATTISTA

Nel ricordare i 100 anni dalla nascita e i 70 dalla morte, conosciamo più da vicino la nobile figura, di uomo e soldato, del tenente Battista Todeschini. Egli fu negli anni del secondo conflitto mondiale un punto di riferimento, non solo per Premana, oltre che un autentico ed importante uomo della Resistenza lecchese.
Todeschini Battista, di Giuseppe e di Bertoldini Marta, nacque a Premana il 23 luglio 1915.
Il padre, ferroviere, decorato di medaglia d’argento per la campagna di Libia del 1911-12, fu tra i primi ad entrare in Tripoli, e Tripoli appunto era divenuto il suo soprannome.
- I Todìsch ai ére da Deleguàc. Il Battista - raccontava la mamma - era nato settimino e pesava un chilo e mezzo. Ciò nonostante, lo portai lassù a diciassette giorni soltanto, avvolto in una pelle di pecora che mi aveva prestato la Catìne di Fantìin. A sei mesi pesava tre chili.
Dopo la fine della Grande Guerra, la famiglia, per maggior comodità di lavoro, si trasferì a Castello di Lecco.
Un momento della Santa Messa celebrata al Pegnadüür lo scorso 14 luglio
Terminate le medie, passò all’Istituto Tecnico G. Parini, dove si diplomò brillantemente ragioniere nel 1934.
La ditta Locatelli Formaggi di Lecco aveva messo a disposizione delle borse di studio per i migliori allievi. Quando egli si diplomò, vinse la borsa di studio e gli fu offerto l’impiego alla Locatelli, in alternativa agli studi universitari.
Scelse l’impiego. Tosto si affermò per la sua capacità; era ben voluto ed apprezzato da tutti.
I diplomati in quel periodo erano obbligati a frequentare il corso ufficiali, che lui frequentò a Bassano del Grappa nel 1936. Uscì sottotenente; fu sempre al V Alpini, Battaglion Morbegno.
Ól Scagn, ól Carlo Bie e anche altri alpini premanesi furono suoi attendenti.
Racconta Rusconi Silvio (Gras) - I suoi commenti su Premana erano sempre benevoli; aveva una grande riverenza per gli anziani. Del papà e della mamma aveva una sacra venerazione. Rispettava le tradizioni, le fatiche dei vecchi; anche nelle piccole cose, negli oggetti più banali, ci sentiva dentro la vita degli avi. Era un vero amante del dialetto.
Tino - Diceva il Todeschini: 'l òo giràa tant ól mónt ma ün parlà bel come ól promàan 'l òo mai trovàa.
Cìa - Era una persona simpatica e allegra, che ne inventava di tutti i colori. Ól Bèrle sò cüsìin, al l'à bategiàa lüü "Bèrle". I due portavano l’identico nome e cognome e lui era soprannominato Todèsch.
Una volta nel ‘44 lo incontrammo, gerla in spalla, dalaént dal Gèbio, ci salutò e poi ci disse: Ardèe pighès, ün todèsch con scià ün todèsch che scape dai todèsch!
Calcagni Carlo - A Malles conobbi di persona la semplicità di quell’uomo. Mi chiedevo come facesse a conservarsi così fresco in un ambiente così corrotto. Era una persona veramente onesta. Non era un bigotto ed aveva un grande tatto coi soldati. Lo stimavano tutti. Era una persona senza rispetto umano ma riservata. Quando poteva stare coi suoi soldati, non solo coi paesani, era veramente contento. Era umano con tutti.
Ottenne due Croci al merito di guerra: una sul Fronte Occidentale, l’altra in Albania. Dopo il Fronte Occidentale rimase un poco a Civate, prima di partire per I' Albania, fu quindi a Romagnano Sesia, ad Avigliana e poi a Monza.
AI ritorno dall’Albania, nel maggio del 1941, fu inviato a Romagnano Sesia. Era il tempo della fienagione e un certo Scandella di Barzio, suo attendente, andava spesso in campagna a dare una mano in una famiglia. Una volta promise che avrebbe portato con sé il suo tenente e così il Todeschini conobbe questa famiglia e l’Angelina: una ragazza che divenne la sua fidanzata.
Nella primavera del ‘42 fu trasferito a Monza, dov’era comandante del distaccamento. Il suo attendente era sempre Scandella Francesco di Barzio.
Scandella, parecchi anni dopo, a ottantaquattro anni di età, ancora si commuove a parlare del Todeschini e porta nel portafogli due sue fotografie.
Spesso la figura del Ten. Todeschini sarà presente e avrà un ruolo importante nelle vicende accadute a Premana e dintorni nel periodo successivo.
Padre Croci diceva: - Lui, Todeschini, era furbo: stava al di fuori, ma di fatto comandava.
Con il giorno 31 agosto 1944 ha inizio l’ultimo quaderno dei diari del tenente Todeschini.
Il diario è un promemoria, una serie di brevi appunti stesi per ricordare, per richiamare alla mente, con fatti e circostanze della vita quotidiana, gli eventi più specificamente legati alla sua vita di ribelle.
È assai difficile, per chi è digiuno degli eventi e non conosce i siti e le persone, interpretare quelle pagine.
A prima vista può sembrare il diario di un osservatore esterno un poco buontempone, cacciatore, circondato da vari amici, come lui indaffarati in faccende strane, appena accennate.
Le giornate sono sempre movimentate, ricche di incontri, di nomi talvolta misteriosi, di personaggi difficilmente individuabili perché chiamati con nomi di comodo, talvolta diversi dagli stessi nomi di copertura assunti da ogni ribelle. Frequenti le sottolineature all’apparenza illogiche.
Sono pagine che sottintendono assai più di quello che dicono. Pagine fredde, all’apparenza; ricche, se vogliamo, di banalità; salvo pochi casi, senza sentimento.
Ma in effetti, a soppesarle e ad interpretarle nel contesto degli eventi occorsi alla luce di altre testimonianze, esse diventano traccia preziosa per conoscere il Todeschini, il suo ruolo e le vicende di cui in quei mesi fu protagonista.
Quelle pagine evidenziano i caratteri salienti della personalità del Todeschini; ci mostrano una persona semplice, ottimista, generosa, instancabile; appassionato cacciatore, credente, sensibile all’amicizia e agli affetti famigliari.
Conosciamo un uomo immerso nella Resistenza fino al collo, responsabile di compiti e di missioni delicate, partecipe alla stesura dei piani per le azioni più importanti, strettamente collegato ai massimi vertici, con ruoli affatto secondari.
Nel volume VIT DE QUÀI SÒRT, dal quale abbiamo tratto queste righe, potete trovare alcune pagine integrali del diario. Qui ci limitiamo a riportarne ampi stralci.
TUTTO CI DISTRUGGONO MA LA CAUSA VIVE

Diario 11 ottobre - ... Ripiegamento dei superstiti attraverso la bocchetta di Camisolo verso Bobbio-Artavaggio, inseguiti dai tiri di mortai e mitragliatrici - Spa si ritira su Trona e oltre, Armando e Aldo sono con lui. Io rimango in fondo alla valle senza collegamento - Polenta e formaggio in Laréc - Assistiamo all’incendio delle baite di Artino e alla rincorsa e ferimento della mucca. Con Carletto vado alle Tre Croci... I fascisti non sono arrivati lassù - Assisto all’incendio della Tavecchia e della Pio e, di qua dalla costa, a quello di Barconcelli, Casarsa e Forno - Tutto ci distruggono questi maledetti, tutte le nostre cose materiali...
E leggiamo qui l’unico sfogo che il tenente Todeschini consegna al suo diario. Esso, più di ogni altra testimonianza, ci dà la misura degli ideali per i quali quotidianamente si sacrificava.
...ma rimane sempre più forte e bella l’idea nostra che loro non riescono a distruggere - la casa si incendia, il nostro spirito no, la casa risorgerà e ritroverà lo spirito più forte di prima. Nella lotta si può morire, come Marino e gli altri, e, se anche il calcio del mitra finisce un moribondo, si distrugge materia e null'altro - Gli uomini passano, la causa vive, eterna come l’Italia, quella nostra, della libertà, non quella dei massacratori, dei saccheggiatori, dei delinquenti.
Anche a Premana avviene la consegna degli sbandati.
Il Todeschini, al di là delle immediate amare reazioni nel veder partire tutti i giovani di Premana, comprendeva benissimo che egli diveniva per la gente che aveva intorno non solo un incomodo, ma anche un rischio.
Diario 21 ottobre - L’Aldo parte a notte da Pezzapràa e andrà nella grotta. Il Nino professore è rimasto al Lööch - lo e Armando partiamo più tardi e andiamo al Barch - Nel pomeriggio peliamo il frassino. Piove e fa freddo. Verso sera torniamo a Pezzapràa, torna Aldo da lassù. A dormire - Il Nino Berera e il Mario del Vittorio non sono più con noi, ma hanno trovato altre sedi per loro conto.
ACCANTO AI NOSTRI MORTI
Con questa frase, scritta a centro pagina a guisa di titolo, termina il diario di questo giorno, poi altre due pagine di quaderno sono in bianco.
Che cosa aveva in mente di scrivere il Todeschini? Forse una poesia, forse un ricordo dei caduti da lui conosciuti personalmente? Non sappiamo. Solo sappiamo della sua volontà, del suo desiderio di ricordare anche con uno scritto particolare i fatti ed i caduti di quel mese funesto.
Il Todeschini diveniva a poco a poco, agli occhi degli sgherri fascisti di Bellano, l’uomo da colpire, il responsabile di tutto. Nessun mezzo si tralasciava per neutralizzarlo, compresi la corruzione e la menzogna.
Il 15 dicembre 1944 dalla questura di Como giungeva in comune la seguente richiesta:
- Al fine di regolarizzare definitivamente la posizione di tutti gli sbandati, renitenti e disertori, che, in seguito al bando del capo della Provincia prima, e del Duce della Repubblica Sociale Italiana dopo, si sono presentati alle autorità locali, occorre far pervenire a questo ufficio l’elenco di tutti i giovani presentatisi. (...)
E da Premana partì un: “ELENCO DEI GIOVANI CHE SI SONO PRESENTATI IN QUESTO COMUNE IN SEGUITO AD INTERESSAMENTO DEL SIGNOR COLONNELLO PINI”.
Il primo nome dell’elenco è quello del Tenente Todeschini, seguito da altri 17 nomi, tre dei quali risultano poi segnati con una crocetta e non si consegneranno.
Tredici degli elencati sono premanesi ed oriundi.
Giancarlo - Anche il nostro papà fece da tramite per cercare di ottenere che, se si consegnava, fosse mandato a lavorare e basta. Andò anche dal Ferrario di Introbio.
Col papà Todeschini si davano da fare molti altri, e non solo a Premana ma anche a Lecco; il discorso coinvolgeva non solo le famiglie degli interessati, ma le stesse autorità. Venne interessato anche il maestro Piero Fazzini che, sia in campo militare che in quello civile, aveva molte conoscenze; tra queste c’era pure il maggiore degli alpini Noseda, che aveva scelto di stare coi fascisti ed era comandante delle GNR di Como.
Diario 19 dicembre - Martedì - Con Armando, Renzo e Menüü partiamo da Premana presto e arriviamo in Barconcelli a portare la roba e mangiare con gli amici - Polenta e arrosto. Alla una ripartiamo e veniamo al Gebbio - lo ho il todèsch carico di manoéi e lo porto alla Fontanèle - Trasporto bóor - Freddo e allegria - Alle sei rientriamo in paese - Ceno - Giancarlo torna da Léscen cól brentàl di vino - Mio cugino Zambelìin mi porta gli sci per domani - Rimango in ghélde con lui poi vado da Armando a prendere accordi per domani.
Con questa pagina ha termine il diario del tenente Todeschini. Egli continuava normalmente nella sua attività; anche per il giorno 20 dicembre aveva chiesto al cugino Zambelìin gli sci, non per andare a spasso ma per ritornare sulle sue montagne, per incontrare i superstiti amici e portare rifornimenti a quelli lassù rifugiati.
Cosa accadde dunque in quei giorni, perché Todeschini si rassegnasse alla consegna?
Successero tre fatti di un’importanza capitale:
- Si diffuse, non solo a Premana, la convinzione generale, ben orchestrata da Larghi e dagli uomini della questura di Como, che gli ultimi uomini alla macchia potevano consegnarsi senza rischi, perché sarebbero stati addetti a lavori in Italia; e questo fatto, come già abbiamo visto, produsse delle illusioni impossibili nelle stesse autorità del paese, nei famigliari, negli ultimi oriundi (un po’ ribelli) e negli sbandati superstiti.
- Vedeva l’epilogo la vicenda del militare tedesco ucciso in Piazzagorla nel giugno precedente.
- I repubblichini trovarono e requisirono i diari ed altri documenti di Todeschini.
Todeschini, con altri dodici, partì da Premana e fu arrestato a Casargo il giorno 27 dicembre, ma fin dal 24 dicembre i tredici erano in paese e considerati liberi. Si può concludere che il rastrellamento che causò la caduta in mano fascista dei suoi diari ebbe luogo tra il 19 ed il 23 dicembre 1944.
Lina - A Bellano erano esposti dei manifesti che avvisavano di una taglia a favore di chi metteva le mani sul Battista... La nonna gli diceva sempre: "Tu sei a casa tua e ti accusan di tutto" (Ma anche i famigliari non sapevano ndr).
Quel giorno venne in paese, dal Forno, e lo zaino lo lasciò, contrariamente a sua abitudine, ént in cà di j'Ernìst. Il giorno dopo ci fu il rastrellamento e gli trovarono tutto. Nello zaino aveva anche la contabilità dei rifornimenti ai partigiani e alcune lettere. Era preciso, teneva tutto.
Il “quarto libro del ribelle” lo aveva in casa a Premana e rimase qui. In casa nostra non venne mai nessuno a controllare.
Padre Croci - Incontrai il Todeschini quando, pressato da chi e da che cosa io non so, lui decise di presentarsi a Casargo con gli altri giovani. È venuto da me e mi ha detto "Padre, non so cosa fare".
"Todeschini, non si presenti, non si presenti perché ingannano... lei non uscirà vivo dalle loro mani"
E lui mi disse: "Ebbene io vado, vado non per il mio bene, perché so di finir male, vado per il bene di questi giovani".

Giancarlo - Da quando gli trovarono lo zaino era demoralizzato. Decise liberamente di consegnarsi... C’erano con lui anche altri premanesi... Non sapeva che fare, non aveva il coraggio di dire loro di andare con i partigiani...
Anche il papà lo voleva convincere a scendere a Lecco e riprendere il suo lavoro. Lui, il Battista, era preoccupato; la sua paura era quella di portare danno al paese...
La fidanzata gli scriveva di andare a Romagnano, ma lui non se la sentiva di abbandonare gli amici con cui aveva collaborato per un anno e neppure gli oriundi premanesi che erano con lui...
Silvio Gras - Una sera dico a mia moglie se poteva preparare una torta da portare a Premana. Appena giunto, cercai il Battista, lo trovai; venne a casa mia, mangiammo qualcosa e poi la torta. A mezzanotte ci lasciammo.
Prima di andare a dormire fumai una sigaretta... Sento battere alla porta. Era il Todeschini con un litro di vino da osteria... "Cosa fai?" Rimase lì fino alle tre a chiacchierare.
Quando ci stavamo salutando, mi disse pressappoco così:͏"Silvio, dobbiamo essere uomini, non dobbiamo lavorare per la grandezza, per farci belli, dobbiamo lavorare per salvare il salvabile... Se avremo la fortuna di portarla fuori, asciugheremo le lacrime che sono già tante e ci rimboccheremo le maniche da subito. Ma, piuttosto di portare un minimo danno al mio paese, mi faccio uccidere domani... Sono pronto, pronto a tutto, basta salvare Premana, e che non mi tocchino la mia famiglia; il resto, la pelle, conta nulla".

Giovàn di Lim - Lo conoscevo bene il Todeschini; l’ultima volta l’ho trovato quando andava a consegnarsi, lo incontrai al Gèbio. Mi ricordo: mi chiese se avevo sentito suonare l’agonia... Io gli chiesi per chi, e lui mi rispose che stava andando a consegnarsi.
Gabrièle - Diceva alla sua mamma prima di consegnarsi: "Stremìset mighe tì mam: mì moriròo martir" e questo poco prima di consegnarsi; e diceva anche: “Al è méi che möre mì e mighe quìj giüven che gh'òo in giir...".
Ambrogio - Era un brav'uomo, buono, un carattere aperto, era capace di farci coraggio; noi eravamo bambini rispetto a lui. Da Bellano ci portarono a Como e vi restammo alcuni giorni.
È certo che quando il Todeschini giunse a Como, sembrava che avessero messo le mani su non quale personaggio... Lo costatammo subito: "Èco, adès al gh'è".
Il Ten. Todeschini morì nel campo di sterminio di Mathausen dove giunse, pare, nel febbraio del 1945, con uno degli ultimi convogli di deportati.
La sua fine rimase per anni misteriosa e qualche dubbio ancora rimane. Si parlò della sua fucilazione a Como, nella zona di Bellano, a Monza ed in altri luoghi, ma senza alcun fondamento.
Solo dopo qualche anno la famiglia ricevette notizie sufficientemente attendibili.
Lina - Apprendemmo che era morto a Mauthausen da un figlio di un medico di Castello, che lo aveva visto a Mauthausen ai primi di febbraio.
Il suo nome appare tra le vittime dei campo di Mauthausen nell’elenco pubblicato nel volume “Tu passerai per il camino”.
Non aggiungiamo altre parole per questo uomo che sacrificò se stesso disinteressatamente per nobili ideali: solo diciamo che il disinteresse ed i nobili ideali erano, a noi pare, anche in quel periodo ed anche a Premana, beni estremamente rari.
                                                                     Testo tratto dal volume VIT DE QUÀI SÒRT


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